Premiato agli Oscar, il lungometraggio di Lee Isaac Chung è un intenso racconto di formazione. Tra le novità anche l’attesissimo «Nomadland»

Finalmente si torna davanti al grande schermo. Dopo tantissimi mesi, diverse sale nelle regioni gialle hanno potuto riaprire e proporre titoli molto attesi.
Tra questi c’è senza dubbio «Minari» di Lee Isaac Chung: nato negli Stati Uniti da una famiglia di origine sudcoreana, il regista si è in parte ispirato alla sua infanzia per mettere in scena questo interessante dramma dolceamaro, ambientato negli anni Ottanta.

Al centro una famiglia di immigrati sudcoreani che fatica a sopravvivere facendo lavoretti di basso livello: il padre però è ambizioso, vuole raggiungere qualcosa di più e, per tenere unita la moglie e i figli in un momento difficile, acconsente a far trasferire la suocera a casa loro.Ed è proprio questo personaggio, interpretato dalla bravissima Youn Yuh-jung (premiata con l’Oscar alla miglior attrice non protagonista), il più riuscito dell’intera pellicola: fortemente ancorata alle tradizioni coreane, è una nonna ben poco convenzionale, che porterà nuova linfa vitale all’interno del contesto familiare. In generale, però, è proprio la costruzione delle varie figure in scena a risultare molto efficace e l’intero cast fa un ottimo lavoro per valorizzare i personaggi.

Gioca molto con le emozioni «Minari», film che riesce a regalare momenti divertenti e commoventi nel corso della visione: è un racconto di formazione particolarmente sentito dal suo autore, tanto che lo si potrebbe considerare un “nuovo esordio” nel corso della sua carriera.Traspare una certa costruzione a tavolino nella messinscena e il film può ricordare altre pellicole degli ultimi anni, ma è comunque un prodotto che fa bene il suo dovere, valido nel suggerire riflessioni non banali e forte di una fotografia elegante al punto giusto. Da segnalare che il successo di «Minari» è iniziato al Sundance 2020, dove aveva ottenuto il Gran Premio della Giuria.

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