La mostra è visitabile a Palazzo Zurla De Poli fino al 5 giugno

Pittore delle splendide nature morte inquietamente sbiadite, Crema ritrova Francesco Arata in una raffinata mostra a Palazzo Zurla De Poli. L’artista nativo di Castelleone (1890-1956), forte di un tratto caratterizzante nello smorzare luci e colori in un inquieto equilibrio di forme, nutre le sue Nature Morte dosando, e sapientemente sfumando d’un tocco delicato, il sostrato che gran parte ebbe per il genere in Lombardia. La sua è una pittura meditata e colta di citazioni dense e di echi metabolizzati e rivisitati secondo una sintassi personalissima che tutto reinterpreta e interiorizza, mentre Lorenzo Lotto, Vincenzo Campi, Giuseppe Arcimboldo e Caravaggio sono capisaldi da cui il pittore lombardo non vuole e può prescindere.

Nei suoi quadri le rose sfioriscono, le foglie della vite seccano, i germani reali reclinano il capo fissati di morte, i canovacci si macchiano e sporcano, le aringhe colorano l’involucro di carta di fetori putrescenti, mentre l’autoritratto, con pennelli alla mano, è corrucciato d’inquietudini non sopite. Ed è così che l’oggetto rappresentato si connota nelle pennellate di Arata di una soggettività intimistica, dove gli equilibri precari d’acini, bottiglie o di composizione, richiamano turbinii perturbanti, preoccupazioni malcelate, sommovimenti d’apprensione. Eppure la grammatica pittorica appare a tutta prima quieta e riparata, “una manifestazione dello stato d’animo, che racconta il piacere della vita al riparo del passare delle stagioni”, fino a quando un immancabile memento mori fa capolino e macchia la frutta, le mele si deteriorano, le pere anneriscono, la verza scolora, l’uva è scomposta nei raspi distorti.

Una pittura quella di Arata che si fa allegorica dunque, che allude e simboleggia, in traluce e non solo, e che spiazza in una compostezza che si scompone in variazioni talvolta appena percettibili, tal altra spiazzanti e quindi stranianti.

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