Elisabetta Rasy traccia una storia dell’emancipazione femminile ripercorrendo le vite emblematiche di Tina Modotti, Dorothea Lange, Lee Miller, Diane Arbus e Francesca Woodman

Elisabetta Rasy ama mettere ordine nei propri titoli con i numeri: Tre passioni, Tra noi due, Due giorni a Natale, sino al recente Le disobbedienti. Storie di sei donne che hanno cambiato l’arte (se poi ai cardinali aggiungessimo gli ordinali, si potrebbe inserire nell’elenco anche il suo volume d’esordio, La prima estasi). Non fa eccezione, adesso, il gemello Le indiscrete. Storie di cinque donne che hanno cambiato l’immagine del mondo, dedicato ad alcune delle fotografe più iconiche del XX secolo: Tina Modotti, Dorothea Lange, Lee Miller, Diane Arbus e Francesca Woodman (solo Berenice Abbott, Gerda Taro e Cindy Sherman sono probabilmente altrettanto radicate nell’immaginario).

Cinque donne, cinque storie, cinque poetiche, cinque momenti diversi del Novecento assai godibilmente narrati (con minimi incroci e sovrapposizioni). Quando invece si guarda al modo in cui il libro è costruito, ci si rende conto che Le indiscrete è percorso piuttosto da un’ossessiva e addirittura violenta logica binaria, come non succedeva alle altre raccolte di ritratti di Rasy (Tre passioni e Le disobbedienti). È ancora una volta anzitutto questione di titoli: in questo caso quelli dei vari capitoli, tutti formati (alla Jane Austen, o magari alla Elsa Morante) da una coppia di termini astratti che nella loro tensione permettono di inquadrare il percorso biografico e artistico di ciascuna delle cinque artiste: «La bellezza e la rivoluzione», «La vergogna e l’orgoglio», «La seduzione e la guerra», «Il desiderio e l’imperfezione», «Il corpo e l’anima». La relazione che viene a stabilirsi tra i due termini varia però secondo i casi. Può trattarsi di una semplice evoluzione (da A a B), come di uno scontro frontale (A contro B), o addirittura di un paradossale e contro-intuitivo rapporto di identità, a dispetto di tutte le apparenze (A come B).

Le indiscrete è tuttavia un libro duale soprattutto perché il suo tema non è solo la fotografia, o la fotografia al femminile. Il vero filo conduttore dell’indagine di Elisabetta Rasy è infatti il rapporto tra chi osserva e chi è osservato, il soggetto e l’oggetto dello sguardo. Tutte e cinque le artiste non solo fotografano gli altri, ma a loro volta sono anche molto fotografate – da maestri, amici, mariti, amanti, colleghi e colleghe. Le storie di Tina Modotti e di Lee Miller appaiono anzi emblematiche di questa relazione perché, entrambe bellissime, avevano conosciuto uno straordinario successo come modelle prima di passare, con una decisione caparbia, dall’altra parte dell’obiettivo: quasi obbligando i loro compagni (niente meno che Edward Weston e Man Ray) a insegnare loro i rudimenti della tecnica. Come rispose Miller a un giornalista che nel 1932 l’aveva definita la ragazza più fotografata di Manhattan: «Non voglio essere una fotografia, voglio fare una fotografia». Potrebbe trattarsi di una delle grandi frasi del XX secolo.

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